Da sempre avvolta da un’aura di misticismo, l’India è, nell’immaginario collettivo occidentale, la terra esotica di sconfinate piantagioni di tè, terra di caste e di sacri rituali le cui radici affondano in una storia cucita sui lembi di un seducente mistero. È una terra che a-priori resta inspiegabile. Per descriverla non bastano fotografie, libri, documentari. Per comprenderla bisogna abitarla. E per viverla bisogna essere pronti. «Serve maturità per andare in India».

Una maturità che Jyothi, studentessa italiana iscritta alla facoltà di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (Cuneo), era sicura di avere quando, a 21 anni, ha compiuto il suo primo viaggio in India, grazie ad un programma universitario incentrato sull’enogastronomia di questo paese e volto a scoprirne le tradizioni culinarie. Pertanto, secondo quanto previsto dal percorso formativo, le mete sono state villaggi agricoli e centri di ristorazione collettiva. Niente che avesse a che fare con le classiche attrazioni turistiche. L’India descritta da Jyothi è un paese dalle immagini forti e dai violenti contrasti. «Laggiù vedi un uomo morente riverso per terra mentre un altro, riccamente vestito, attraversa la strada. I luoghi che mi hanno toccata di più sono quelli che svelano il volto più povero dell’India, quello che i dépliant turistici accuratamente omettono».

In particolare Jyothi ci racconta di un villaggio dove un’associazione femminile ha realizzato una scuola che accoglie bambine provenienti da situazioni familiari disagiate. Lì vengono educate, istruite e salvate. Nella scuola imparano a fare i sari così da essere successivamente inserite nel mondo del lavoro. «Sono rimasta incredula nel constatare il loro stupore non appena gli ho mostrato le foto, fatte con la mia macchina fotografica, che le ritraevano insieme a me.

Una cosa per me scontata, ma che a loro sembrava una diavoleria dell’altro mondo. Pur non parlando la mia lingua, mi sorridevano e i loro sorrisi mi aprivano il cuore. Pensavo che anch’io, da bambina, avrei potuto trovarmi in quell’angolo fortunato di mondo. Quelle bimbe in quel momento erano il mio specchio». E se in quegli occhi, così grandi e profondi, ha rivisto sé stessa, in un altro contesto ha percepito un’estraneità che non si sarebbe aspettata.

«Tra i luoghi visitati, quello che più mi ha colpito è stato il villaggio dove vive una tribù di coltivatori di tè, composta solo da dieci persone, tutte imparentate tra loro. Vivono  nella più assoluta povertà, in un stato di totale analfabetismo, estraniati da tutto ciò che li circonda. Lì, a differenza delle bambine della scuola, i più piccoli non si lasciavano avvicinare. Avevano paura di me, nonostante il fatto che la mia pelle abbia lo stesso colore della loro».

Si, perché quello che non vi ho detto è che Jyothi è di origine indiana. Nata nel 1994 a Mahabubnagar, in una regione del centro sud dell’India, è stata adottata all’età di due anni da una famiglia piemontese. «Ho sempre saputo di essere stata adottata. All’asilo lo dicevo senza filtri. A Borgomasino, il piccolo paese in provincia di Torino dove sono cresciuta, l’adozione è sempre stata giudicata come una cosa naturale. Io, con la mia mamma adottiva, non facevo la differenza.

Il paradosso è che invece, proprio in India, si sorprendevano nel vedermi in mezzo ad un gruppo di studenti bianchi e, appena raccontavo la mia storia, mi guardavano con sospetto, diffidenza, delusione. Nel partire pensavo di essere pronta a tutto, ma questo non me lo sarei mai aspettato! Sono uguale a loro, ma mi giudicano “diversa”. Questo mi ha spiazzata!».

Grazie a questa esperienza che l’università ha reso più dolce, riducendo rischi e incognite, Jyothi ha imparato ad apprezzare ancor di  più le fortune che la vita le ha riservato e, soprattutto, ha restituito un’immagine a quel paese che per lei fino a quel momento era rimasto vincolato entro i confini “astratti” di una mappa geografica.

Il suo desiderio di andare in India è sempre stato molto forte, un’esigenza fisica, quasi carnale. «Esistono diversi ritorni alle origini, – ci spiega – perché diversi sono i bisogni e le prospettive da cui muovono. Io non sono andata alla ricerca né delle mie origini biologiche, né di me stessa. Volevo solo vedere con i miei occhi l’India, conoscerne la cultura e le tradizioni.  Ho risposto al richiamo della mia Madre Terra, di cui non avevo nessun ricordo».

Jyothi definisce l’adozione la sua “seconda nascita” e della sua vita precedente non sa e non ricorda assolutamente nulla, né l’orfanotrofio che l’ha ospitata, né la guerra che inginocchiava il paese. «Sulla mia mamma biologica posso solo avanzare ipotesi basate sul sentito dire. Ma questo diventa un dettaglio minimo. L’unica cosa che conta è che grazie all’adozione sono stata salvata e riempita d’amore. È stata una tappa intermedia verso la vita e senza la quale, con la mia condizione medica, probabilmente non sarei andata da nessuna parte».

Al momento dell’adozione, Jyothi presentava un quadro clinico inverosimile. Era denutrita e suoi valori tutti al di sotto dello zero. Giunta in Italia è stata ricoverata per un mese in ospedale finché i valori si sono stabilizzati. In india non ha mai ricevuto un vaccino, li ha fatti tutti in Italia. «Ammiro i miei genitori per il coraggio che hanno avuto nel desiderarmi a tutti i costi, nonostante le mie carenze fisiche, e per avere combattuto con tanto amore per salvarmi la vita. Grazie a loro e alle cure mediche ho risolto i miei problemi e ho imparato a mangiare. Letteralmente, intendo. Non mi riferisco all’educazione alimentare o alle buone maniere da tenere a tavola: durante l’infanzia ho dovuto utilizzare un apparecchio per i denti per sviluppare la masticazione».

Queste cose Jyothi le racconta con una naturalezza disarmante e con una gioia di vivere che esplode nelle sue parole. Non si stanca di ripetere che è una ragazza fortunata perché con l’adozione ha trovato la vita e l’amore, ma gli ostacoli che ha dovuto affrontare nel corso del suo cammino sono stati parecchi e non di poco conto. «Mi hanno fortificata e mi hanno insegnato l’arte di sapersi arrangiare.

La vita è un dono che ci viene concesso una sola volta e quindi bisogna tenersela stretta. Dall’età di sei anni porto una protesi acustica, ma non casca mica il mondo! Voi sapete leggere il labiale? Beh, io si! Può suonare strano, ma non sono mai stata depressa, anzi sono grata alla vita. Se penso che esistono situazioni peggiori delle mie, mi sento in dovere di trovare la forza di affrontare la vita giorno per giorno. E questa forza la trovo in me stessa. L’essere in pace con sé stessi, il sapersi, potere contare su di sé a livello psicologico, è il sostegno più grande che una persona possa avere. Non mi serve qualcun’altro che mi aiuti perché ho me, con i miei tempi e con i miei modi».

Jyothi è il suo nome originario e in hindi significa “luce” e lei, per davvero, risplende di luce propria. Appassionata di cucina e di buon vino, oggi Jyothi è una giovanissima imprenditrice. Una volta terminati gli studi universitari, infatti, ha inaugurato la sua azienda vitivinicola a Borgomasino, spinta da quell’attaccamento alla terra che è il filo rosso della sua vita, germogliato nell’orto dei nonni dove giocava da bambina, e maturato nell’incontro con la sua Madre Terra, l’India, .

Samantha Tipa