«Non so cosa sia accaduto prima del mio arrivo nella crèche, ma ricordo che quando finalmente il mio papà venne a prendermi, mi arrabbiai molto con lui per avermi lasciato lì per tutto quel tempo, pensavo mi avesse abbandonato e piuttosto che abbracciarlo lo presi a calci». La storia di Felipe, nato in Brasile nel 1985 e adottato in Sicilia all’età di quasi tre anni, inizia proprio dall’incontro con l’uomo che divenne suo padre e che, insieme alla moglie, lo ha cresciuto, educato, amato.

Felipe è nato a Belo-Horizonte, nel sud del Brasile. Come, all’età di due anni e mezzo, si sia ritrovato catapultato nella  Estrela Guia, una crèche allestita nel quartiere Boa Vista, Felipe non se lo ricorda proprio. Alle sue spalle un breve passato poggiato su ipotesi, neanche troppo importanti, davanti a sé un  futuro da brillante giurista, nel bivio la sagoma furiosa di Donna Maria e il volto benevolo di Suor Maria Luisa Turco, la suora che ha curato l’adozione di Felipe fino al suo affido presso una famiglia di Agrigento e con cui Felipe trattiene tutt’oggi un costante rapporto.

Troppo piccolo per ricordare bene tutto, Felipe conserva scorci di memoria fotografica dei suoi primi anni di vita e il suo Brasile è, in gran parte, quello descrittogli da Suor Luisa: terra di contraddizioni, celebrata dai colossi multinazionali e ferita da un’abissale povertà, ancorata alla fede cristiana e devota alla dea bendata. In quel paese i vaccini erano un lusso, lo spirito di sopravvivenza in bilico tra il fato e la miseria, le fognature inesistenti ed ogni pioggia era presagio di alluvione.

Probabilmente sopravvissuto ad uno di quei tragici diluvi, Felipe, rimasto solo al mondo, è stato accolto in una delle tante crèche disseminate in tutto il Brasile. Sono una sorta di orfanotrofi, allestiti presso le abitazioni di privati i quali versano in condizioni di stento e che, per assicurarsi un pasto giornaliero, ospitano i bambini orfani o poveri. Delle cure e del nutrimento dei piccoli si fanno carico, per quanto possibile, le numerose comunità di suore presenti nel territorio. Poco importa se le case siano mal tenute, fatiscenti, sovraffollate e isolate dalle istituzioni. Per quei bambini le crèche costituiscono un nido sicuro, l’unica alternativa alla strada.

Dei sei mesi trascorsi in orfanotrofio Felipe serba bei ricordi, seppur sbiaditi. «Giocavamo tutto il giorno». Ancora vivida l’immagine di Donna Maria che gestiva la casa: «… era una pazza furiosa e incosciente. Capitava che a qualche bimbo che piangesse di notte tappasse la bocca per evitare di svegliare gli altri, o che, per placarne il pianto, gli spegnesse una sigaretta sulle braccia. Inoltre si avvaleva dell’aiuto della figlia disabile per badare a noi. I maltrattamenti erano casi sporadici, sia chiaro, e per quanto tristi, rappresentavano il male minore rispetto alla fame e al mercato nero degli organi.

Del resto le crèche nascono come espediente di fortuna per fronteggiare un sistema sociale ed economico che è rotto e “malato” di suo. Donna Maria si è inventata un lavoro senza avere la preparazione o le competenze per poterlo svolgere. In Brasile questo non è l’eccezione, è la regola. Io sono stato fortunato perché sono sopravvissuto alla strada, non ero uno di quei tanti bambini che vivono nascosti nelle soffitte senza avere né un nome né un cognome, non mai subito maltrattamenti in prima persona e, soprattutto, ero così piccolo da non rendermi realmente conto di cosa stesse accadendo. Ho vissuto un abbandono, ma non pensavo di essere orfano. Credevo che mamma e papà mi avessero dimenticato lì, quindi aspettavo che tornassero a prendermi. Il mio disagio è durato pochi mesi e l’affetto ricevuto in Sicilia ha compensato tutto. La mia memoria non è “spezzata”. Altri  bambini, meno fortunati di me, hanno rimosso ciò che è successo prima dell’adozione. Io, invece, alcune cose le ricordo in modo nitido».

Così Felipe ci racconta di quando un giorno Suor Luisa lo prese per mano e, dopo aver percorso due o tre kilometri a piedi sotto la pioggia, giunsero dal medico per il suo primo vaccino. «Il Brasile di quegli anni era come l’Africa di oggi. L’assistenza medica una rarità, i mezzi di trasporto un lusso. Piangevo e per tranquillizzarmi, quella donna, che non aveva né soldi, né niente se non un grande amore verso il prossimo, si privò degli ultimi spiccioli che le erano rimasti per comprarmi un giocattolo, un piccolo trattore, e regalarmi un sorriso. Io non sapevo ancora che con quel trattore fosse iniziata la mia fase di pre-adozione. Trasferito dalla crèche al convento della congregazione di suore dell’istituto Saõ Francisco de Assis per essere preparato all’incontro con i miei genitori, che intanto erano in lista d’attesa, lasciai il nido arroccato in montagna, la sua vista mozzafiato sulla foresta e la bambina, poco più grande di me, che durante il mio soggiorno in quel posto ambiguo si era presa cura di me e mi aveva protetto.

Il suo ricordo è molto sbiadito, ma so che era il mio punto di riferimento». Suor Luisa gli ha raccontato di come il nome di quella bimba risuonò per i corridoi di tutto il convento. Felipe la cercava gridando il suo nome e bussando ad ogni porta. La rincontrò dopo aver compiuto il 18 anno di età, quando gli fu rivelato che quella bimba, a sua volta adottata a Palermo, era sua sorella. All’epoca dell’adozione di Felipe, Suor Luisa ne ebbe l’intuizione, ma non la certezza, ottenuta solo in seguito (per agevolare i tempi di adozione Donna Maria aveva infatti cambiato il cognome dell’una e il nome dell’altro). Per questo, nel dubbio, la suora si prodigò affinché Felipe fosse adottato in Sicilia, piuttosto che in un’altra regione. Oggi le loro strade sono parallele, proseguono una accanto all’altra, ma senza incrociarsi mai.

Poi piovvero monetine. «Era il 15 dicembre quando, con i miei genitori, atterrai per la prima volta a Catania. Avevo quasi tre anni. In aeroporto una folla di quaranta o cinquanta parenti giunti per festeggiare il mio arrivo. Mia nonna lanciò per terra una miriade di monetine e, affinché mi fossero di buon auspicio, mi ci fece camminare sopra. La mia è una storia bella. Ho sempre saputo di essere stato adottato. I miei genitori me ne hanno parlato come se fosse la cosa più naturale del  mondo. Esistono adozioni che vanno bene, altre che vanno male. Io sono fortunato perché sono stato accolto in una famiglia che mi ha cresciuto secondo antichi valori e senza viziarmi. Sono ricco perché ho un nucleo famigliare completo: mamma, papà e una sorella, Mariarosaria, con cui ho un legame molto forte. Mamma ha saputo di esserne in attesa pochi mesi dopo il mio arrivo».

 “La mia è una storia bella”. Certo, per chi è nato e cresciuto nella bambagia, questa frase può essere di dubbia comprensione perché scardina un certo schema interpretativo secondo cui l’adozione è, per definizione, una triste forzatura di un percorso che cessa di essere canonico e va in rotta di collisione con i dettami di Madre Natura. Ma, se si rinunciasse alle confortevoli etichette interpretative del comune pensare, se si accantonasse l’arroganza di capire e sentire ciò che non si è vissuto sulla propria pelle, allora non sarebbe affatto strampalata l’idea che l’adozione sia una cosa bella e che Felipe abbia vissuto una vita felice. Se le esperienze fossero “abitate”, piuttosto che sorvolate dall’alto, allora ci si renderebbe conto che il vero artificio è la credenza che un figlio adottato sia “diverso” da un figlio biologico.

«Gli altri non sono preparati culturalmente, soffrono di una forma di ignoranza. Mi guardano come se fossi un alieno e declassano le relazioni famigliari adottive rispetto a quelle biologiche: il più delle volte l’adozione viene intesa come seconda o terza opzione per coppie che non possono avere figli. Ma a casa mia non sono mai stato un diverso. Io non me lo ricordo nemmeno che sono stato adottato: sono gli altri a ricordarmelo, quando mi guardano straniti nel sentire chiamare “papà” il mio papà.

E come dovrei chiamarlo?! È un problema che sono gli altri a confezionare e a pormi innanzi, dando per scontato che la mia sia una storia triste. Ma i miei genitori mi hanno sempre insegnato a non curarmene. E così per me il “dramma” sono glia altri, non certo l’adozione. Loro pensano che l’adozione sia solo un istituto giuridico, ma non capiscono che in realtà è un atto d’amore».

Samantha Tipa