Avrà avuto nove o dieci appena. Vide quei due americani scendere dalla loro auto ed entrare in casa. Li aspettò col sangue freddo di un combattente, con la determinazione di un eroe, col pancino stretto in una morsa di esplosivi. Riaperta la porta, i bersagli furono allo scoperto. Il suo paradiso promesso era sempre più vicino, all’ultimo soffio di fiato. Iniziò a corrergli incontro in nome di Allah. Sul filo dello scoccare del boato riconobbe uno dei due uomini, lo stesso che ogni giorno, terminato il suo lavoro in ambasciata, si recava in un quartiere di Kabul per sfamare i bambini che erano in strada. Quell’uomo gli aveva dato da mangiare. Un gesto umano “piccolo”, ma così profondo da scheggiare la sua mente. Si  creò una crepa e la sua inarrestabile corsa andò in frantumi. Omar non si fece esplodere.

A raccontarci questa storia è Farhad, trentenne di origine afghana, ex capitano dell’esercito dei mujāhidīn, giunto nel nostro paese con la sua famiglia nel 2004, quando era poco più di un ragazzino. Oggi Farhad non combatte più sui campi di guerra. Porta avanti una battaglia pacifista in nome della libertà e del dialogo interculturale. Come è possibile che un integerrimo fondamentalista islamico si sia trasformato in un uomo di pace? Cerca di spiegarcelo lui stesso, nello spazio di un telefono, con parole disincantate, schiette, che si susseguono con un ritmo sciolto, squarciato da silenzi in cui gravano interrogativi che ci scollano dal nostro tepore occidentale.

«Quando sono arrivato in Italia provavo odio verso questo paese, lo denigravo sputando per terra, disprezzavo i licenziosi atteggiamenti delle ragazze per strada. Per me, al pari di ogni altro fondamentalista islamico, erano tutti infedeli. Poi ho iniziato il percorso più grande della mia vita e sono stato adottato dall’identità italiana. L’Italia mi ha salvato dal fondamentalismo». Non si tratta di un’adozione comunemente intesa, quale istituto giuridico volto a disciplinare una filiazione civile. È qualcosa di più radicale che ha a che fare con una  metamorfosi interiore e con la scoperta di un sentimento di appartenenza ad un paese che accoglie “il diverso” come figlio proprio.

Farhad è nato a Kabul, in una delle famiglie più ricche e prestigiose dell’Afghanistan, un paese che si nutre della ricchezza culturale di diciotto etnie e proprio per questo divenuto teatro di guerre civili disumane, un’arena inondata di sangue entro cui Farhad è cresciuto, assistendo all’alternarsi dei diversi governi fondamentalisti e «respirando tutta la violenza possibile».

Suo padre è uno dei più alti esponenti militari dei mujāhidīn, la frangia estremista afghana che ha combattuto contro l’occupazione sovietica prima, e contro il regime dei talebani dopo, portando avanti una guerra intestina che, come è noto, si intreccia agli eventi internazionali legati alle Torri Gemelle.

Farhad ci descrive la Kabul di quegli anni, lacerata dalla guerra civile documentata nelle cronache mondiali. Bombardamenti all’ordine del giorno. Bambini abusati. Mucchi di cadaveri, teste mozzate e donne violentate per le strade. Mani amputate penzolanti dagli alberi. Uomini e bambini si fanno saltare in aria continuamente, ben felici di farlo perché servitori di Dio. Ai tempi dei talebani la violenza ha raggiunto l’apice. Non era più una semplicemente abitudine.

La legge del taglione e le lapidazioni di donne accusate di adulterio sono state spettacolarizzate negli stadi. Molti, ma non tutti, vi si recavano liberamente per assistere a quella ferocia punitiva,  e vi prendevano parte inveendo  contro i condannati e lanciando le pietre nel compimento di quel sacrificio necessario e purificatore. Farhad era come loro. «Quando cresci con l’idea che la morte è la via di accesso al paradiso che ti aspetta, la paura diventa solo una parola. In Afghanistan non si ha paura. I bambini aspettano di morire per andare in paradiso. E se l’unico  mondo che conosci è quello intriso di tanta violenza, ti convinci che non esiste un altro modo di vivere e che la violenza sia una cosa connaturata in tutto il mondo. Se non hai mai visto la bellezza delle cose, non puoi sapere nemmeno che esiste».

Con l’incisivo intervento della NATO, nel 2002 i mujāhidīn hanno ripreso in mano il paese. Il loro governo però non ha segnato la fine dalla sequela di attentati compiuti dagli oppositori politici, i talebani. Così, per motivi di sicurezza, nel 2004 il padre di Farhad è stato trasferito presso l’ambasciata di Roma, in qualità di addetto alla difesa afghana, raggiunto poco dopo dalla famiglia. Farhad ha seguito il percorso cui il padre lo aveva instradato, conseguendo i gradi di capitano dell’esercito afghano proprio nel nostro paese che, ricordiamo, è alleato della NATO. Nel 2006 l’Accademia Militare di Modena, poi  l’istituto militare di Torino. Per alcuni anni la sua vita è oscillata tra l’Italia e l’Afghanistan, dove si recava spesso in licenza per combattere in prima linea contro i talebani e al-Qāʿida.

Poi un giorno ha deciso di rivoluzionare la sua vita. Si è congedato e ha scritto un libro, un libro che scotta, che nessuno voleva pubblicare e che gli è valsa una condanna a morte emessa dai talebani. «Ho deposto le armi e impugnato la penna per testimoniare tutta la mia vita del passato». L’ultimo lenzuolo bianco. L’inferno e il cuore dell’Afghanistan (Guaraldi editore)è il libro in cui Farhad Bitani denuncia l’ipocrisia del sistema politico afghano, le violenze, i giochi di potere del fondamentalismo e l’immenso circuito economico che orbita attorno ad esso su scala mondiale. «In Afghanistan mi avevano fatto il lavaggio del cervello. Quando l’ho capito, ho iniziato a lottare contro tutto il male che avevo visto».

Con quel libro Farhad ha rinunciato alla sua famiglia, agli onori e privilegi riservatigli, alla sua terra natale in cui non può più mettere piede. Vive in Italia, protetto dall’asilo politico. Nel nostro paese ha iniziato la sua seconda vita e ha scoperto il vero senso del suo essere al mondo.

Il suo racconto sembra sospeso tra un prima e un dopo. Ciò che sta in mezzo è come se ci sfuggisse o, forse, è così lontano dal nostro modo di sentire, che fatichiamo a comprenderlo. Ci sarà stato un evento che lo ha scosso talmente tanto da fargli scivolare giù dagli occhi il velo di Maja. «Non c’è un’esperienza precisa che mi abbia fatto cambiare radicalmente idea, ma ho vissuto una serie di incontri ed eventi che mi hanno fatto pensare». Uno di questi è l’attentato ordito contro di lui dai talebani nel 2011, mentre era in licenza in Afghanistan. Miracolosamente sopravvissuto,  Farhad ha iniziato una grande riflessione sulla sua vita. «Ho capito che la guerra è mossa solo da interessi economici, che la mia missione era un’altra e che per questo Dio aveva risparmiato la mia vita. Così ho deciso di congedarmi».

In Italia qualcosa lo aveva cambiato, pian piano, con la pazienza dell’acqua cheta di un fiume. Nel nostro paese ha incontrato persone che, per quanto diverse da lui, con un semplice un abbraccio, o con una carezza sulla fronte che scotta per la febbre, gli hanno fatto scoprire un’umanità a lui sconosciuta e desiderare una libertà verso cui sua madre, donna afghana, lo aveva sempre spinto.

«Con la semplicità di piccoli gesti umani, il popolo italiano mi ha insegnato che la diversità non è un ostacolo, ma una ricchezza, che “il diverso” non è un nemico, ma un compagno. L’Italia mi ha trattato come un essere umano, e non come se fossi un animale, e in questo ha dimostrato la sua grande identità. Il  mio racconto nasce da questi incontri. È la testimonianza di ciò che mi ha cambiato e che ho voluto condividere con gli altri affinché nel loro cuore possano riconoscere lo stesso desiderio di pace e di libertà che è nel mio e seguirne il tracciato. Racconto la mia esperienza anche per educare il popolo afghano. Tutti i governi fondamentalisti si nutrono dell’ignoranza del popolo. Gli tagliano le radici, opponendosi all’educazione, alle scuole, all’emancipazione delle donne. E un popolo che non ha radici, sarà sempre schiavo della violenza».

Animato dalla speranza che il suo paese, un giorno, possa essere più umano e libero, Farhad, con altri soci, ha fondato la Global Afghan Forum, organizzazione internazionale che opera per l’educazione di giovani afghani residenti in diversi paesi del mondo. È una missione che Farhad porta avanti con una forza che affonda le radici proprio nel suo passato. «Dopo tutta la morte che ho visto, adesso per me il paradiso è il rapporto umano che viviamo. Lottare non mi fa paura perché ho scelto la libertà. Ciò che mi fa paura è la politica internazionale, priva di valori e di umanità. Ma i politici sono di passaggio. Ciò che resta nella storia sono i grandi gesti di umanità.  Nessun male rimane tanto quanto il bene, perché è lì che risiede il cuore dell’uomo, nei piccoli gesti umani, nei gesti che disarmano, come quello che ha disarmato Omar».

Samantha Tipa