Paolo è nato in Brasile nel 1986 a Itamaraju Bahia. «In un certo senso ho aperto gli occhi a Trapani, dove ho vissuto fino al diploma. Avevo solo 20 giorni quando i miei genitori sono venuti a prendermi nell’ospedale brasiliano dove ero nato. A sei anni mi hanno detto di essere stato adottato». Paolo ha vissuto un’adozione dolce e un’infanzia felice. Non ha dovuto sgomitare per essere accettato. Non è mai stato “un diverso”. Non ha vissuto un processo di integrazione in una terra straniera.

«Io sono trapanese e sono orgoglioso di essere siciliano, anche se i miei tratti somatici sono brasiliani. Alle elementari i miei compagni mi prendevano un po’ in giro per i miei riccioli e per il mio colorito. Inizialmente ne ho risentito, ma poi ho capito che il loro era un modo bonario, privo di cattiveria, per esprimere la loro curiosità nei miei confronti». La sua è un’adolescenza comune a tanti altri ragazzi: le partite a pallone, le scorrazzate con gli scooter, le classiche liti tra genitori previdenti e figli frettolosi.

Non sa cosa sia l’abbandono: «Avevo solo 20 giorni e questo ha reso tutto più semplice. Ma ho sofferto la distanza fisica, quella si, esattamente come qualsiasi altro figlio di un marittimo». Paolo ha studiato giurisprudenza a Pisa. Arruolatosi nell’esercito italiano, è entrato in seguito nelle forze di Polizia. Oggi vive e lavora a Torino, è sposato ed è papà di una splendida bambina. All’età di 30 anni è andato alla ricerca della donna che lo ha messo al mondo. L’ha trovata e l’ha raggiunta in Brasile per conoscerla. Con lei e con i suoi parenti brasiliani mantiene un rapporto ottimo e costante.

Fine della storia.

Tutto chiaro, definito, circoscritto a pochi eventi. Si, in superficie. Oltre quello che vediamo c’è tutta un’altra storia. Quella di Paolo si spinge in profondità nella sua vita, verso il punto cieco della sua adozione, un fuori campo che non si vede, ma che preme sui bordi dell’inquadratura, senza finirci dentro.

Ripartiamo dal punto di svolta: come glielo spieghi ad un bambino di sei anni che è stato adottato? «Inizialmente non è che avessi tanto capito cosa intendesse dire la mia mamma, Rosalba, con quella favola sulle mamme di pancia e sulle mamme di cuore. Per me l’unica mamma al mondo era, ed è,  lei. “I figli non sono di chi li fa, ma di chi li cresce, li cura e li educa”, mi spiegò». In effetti, riflettendoci, era stato adottato, e quindi? Non è che all’improvviso la sua mamma ha smesso di essergli mamma. Però questa rivelazione ha in qualche modo influenzato il loro rapporto, a tratti conflittuale,  e, a lungo andare, lo ha rinforzato.

«Adesso io e mamma ridiamo delle nostre incomprensioni, ma credo che per lei non sia stato così semplice tirarmi su, specie quando doveva indossare i pantaloni durante i lunghi viaggi di papà e portare da sola il peso di tutte le responsabilità, i timori, le ansie e le preoccupazioni di crescere un figlio». Un figlio che, è capitato, l’ha  anche ammonita: «Non hai il diritto di dirmi certe cose perché non sei mia madre». Parole pronunciate in un momento di rabbia, di cui Paolo si è immediatamente pentito e per cui ha chiesto scusa. «Con la lucida calma e il tenace garbo che ho sempre ammirato di lei, mia madre mi rispose: “Ne ho pieno diritto non perché ti abbia dato alla vita, ma perché ti ho dato la vita”. Ha usato un’altra maniera per dire “mamma di pancia” e “mamma di cuore”.

Così ho capito che l’una non esclude l’altra e che differiscono tra loro per la forma che assumono, non per la sostanza. Col tempo ho compreso che l’adozione è un atto d’amore compiuto per assicurare al proprio bambino un futuro migliore di quello che è possibile offrirgli. La conferma l’ho avuta solo quando, a distanza di anni, ho incontrato per la prima volta la mia mamma biologica: una donna che, all’epoca dell’adozione, era una ragazzina di appena 15 anni, senza un lavoro, già madre di un altro bimbo e abbandonata dal compagno. Quindi la decisione sofferta di darmi in affido».Prima di quell’incontro, però, Paolo queste cose non le sapeva e qualcosa continuava a non quadrare:  «L’uomo si crede la specie animale più evoluta, ma in realtà è l’unica capace di privarsi volontariamente della propria prole». Una cosa proprio incomprensibile ai suoi occhi non ancora maturi per vedere al di qua della superficie delle cose.

“Ti abbiamo adottato”. Il boccone Paolo lo ha ingoiato, ma qualche briciola indigesta rimase nascosta, a pesare da qualche parte in fondo allo stomaco. Veniva fuori attraverso ciò che Paolo non diceva, non chiedeva, non voleva conoscere. «Ho avuto un rifiuto delle mie origini. Non feci mai domande sul Brasile. Ogni riferimento a quel posto mi infastidiva.  Meno ne sentivo parlare meglio era».

Fin quando un giorno, all’età di trent’anni, si lasciò trascinare da alcuni colleghi in un locale brasiliano a Torino. «Avevo messo piede in un piccolo Brasile in miniatura!». Fu un evento catalizzatore. Da quel momento Paolo decise di rompere il suo scudo di silenzio e iniziò a cercare la sua mamma biologica con le informazioni in suo possesso, cioè il nome dell’ospedale in cui era nato e il nome della donna che lo ha messo al mondo. «A me non mancava qualcosa. Non mi sentivo incompleto. Non sono andato in cerca di un tassello che facesse quadrare il cerchio».

Un cerchio è tondo, un quadrato ha gli spigoli, di questo Paolo è sempre stato consapevole. «Se penso alla figura di genitori non posso che pensare ai miei. Ma la notizia di essere stato adottato aveva posto un enigma che aveva a che fare con le mie origini e un uomo che non si chiede da dove viene, non saprà mai dove andrà». Paolo era entrato nel fuori campo del suo vissuto, in quella “ferita” che non è un vuoto a perdere, ma ciò che ha sprigionato tutto il resto. Di quel “resto”, lui cercava il senso.

Il primo tentativo su facebook. Con quel nome trovò “appena” un centinaio di profili. «Impiegai circa sei mesi per scrivere ad ogni Rosilene Evangelista Neves, chiedendo se per caso fossi suo figlio. Ogni risposta ricevuta un buco nell’acqua». Alla fine Paolo riuscì a trovare Rosilene grazie all’annuncio radio che diffuse su una frequenza brasiliana. Il primo contatto tra i due avvenne su whatsapp.  Poi Paolo decise di andare in Brasile per conoscerla. «I miei mi avrebbero voluto accompagnare, ma è stata mia la scelta di rischiare da solo. Il Brasile è un paese enorme con un altissimo tasso di criminalità. E, soprattutto, sarei partito senza sapere con certezza cosa avrei trovato».

Per Paolo è stato come tuffarsi nella profondità di un abisso, senza sapere se ne fosse risalito respirando a pieni polmoni o meno. Ha affrontato da solo, senza stampelle, i rischi di un mondo sconosciuto, così distante dalle sue confortevoli certezze da fargli tremare le gambe. Più quella terra, che per quasi trent’anni era stata un tabù, si avvicinava, più si affastellavano le domande e le paure. «Sedici ore di volo. È stato il viaggio più lungo della mia vita».

Dubbi, incertezze, quanto di irrisolto, tutto si dissipò quando Rosile e Paolo si strinsero l’una all’altro in un abbraccio profondo e dalla familiarità quasi incomprensibile. «È come se avessi riconosciuto il suo abbraccio e la sua voce senza averli mai vissuti prima». Di colpo il Brasile di Paolo si era cristallizzato al di sotto della sua coscienza nel non-ricordo di un atavico grembo materno che ha sorretto il suo essere al mondo.

«Adesso Rosilene e Rosalba sono le due rose che mi accompagneranno per il resto della mia vita». Dire che sia “vera” l’una, non implica che sia falsa l’altra. Entrambe, ognuna con la propria identità, sono espressione di un medesimo amore materno. Per Paolo l’adozione è stata «una seconda nascita» e al tempo stesso, senza contraddizione, il suo fuori campo. Un fuori campo che non ha mai voluto trasformare in qualcosa che non è stato, ma del cui senso ha desiderato prendere consapevolezza.

Con il suo racconto autobiografico, Il profumo della speranza (Armando Editore, 2017),  Paolo ha deciso di condividere la sua storia con gli altri, con quanti si rispecchiano nelle sue paure, timori, desideri e debolezze. Si, perché certe storie, a ben guardare, non sono poi così diverse tra loro. Sono le infinite declinazioni di un medesimo nodo di vita che viene fuori a volte a viso aperto, altre volte di soppiatto, attraverso i canali del non-detto, del non-visto, del non-vissuto.

Samantha Tipa