«Avete presente un pallone da calcio? Non è una sfera omogenea, fatta solamente di cuoio. È composta da varie facce cucite insieme da un filo resistente. Ecco, l’adozione è come una palla: è l’unione di mondi, culture e genomi diversi, stretti da una cucitura ricamata attorno ad un unico nucleo centrale che è la famiglia». Così Gaspare, giovane imprenditore trapanese di origini brasiliane, ci descrive l’adozione. Spesso la si associa a qualcosa di malinconico, di incompleto, di artificioso, dimenticando che senza quella palla non ci sarebbe alcun gioco. Grazie ad essa ragazzi come Gaspare hanno avuto l’opportunità di scendere in campo, tessere legami umani e affettivi, scoprire lo “spirito di squadra” e crescere, disputando la partita più importante: la vita.

Nato in Brasile nel 1988 a Itamaraju Bahia, Gaspare è stato adottato da una famiglia trapanese quando aveva poco più di un anno. Quando si è presentato ai suoi genitori adottivi, per mezzo di una fotografia che ha attraversato l’oceano, Gaspare era un bambolotto dalle guance paffute e il nasino a patata, avvolto in una tutina rossa e sdraiato su un grande cuscino ricamato con petali che gli incorniciano il viso. Da quel primo “incontro” i suoi genitori adottivi lo hanno amato e desiderato con la consapevolezza che crescere un figlio è qualcosa di molto più complesso che tramandare una traccia genetica di sé.

«Non sono uscito dal pancino di mamma, ma dal cuore. Questa è la fiaba che mi raccontavano i miei per spiegarmi da dove fossi saltato fuori. Ho sempre saputo di essere adottato». I genitori di Gaspare hanno continuamente tentato di anticipare certe domande “difficili” che prima o poi sorgono  spontanee nella mente dei figli adottivi. Hanno costruito, giorno dopo giorno, un rapporto filiale basato sull’onestà e sulla sincerità. Fin da subito hanno reso Gaspare partecipe di quella scelta di vita che aveva unito i loro destini e gli hanno spiegato che ciò che aveva vissuto prima di arrivare in Italia era una piccola parte di un solo racconto. Ogni adozione è una storia unica nel suo genere, ma tutte in un certo senso si somigliano perché è come se fossero scritte in capitoli. «Alcuni chiudono le prime pagine e le nascondono ai figli e fingono che tutto inizi direttamente dal secondo capitolo. Ma quello che c’era “prima” c’è. È una parte di noi che bisogna comprendere e non seppellire». Gaspare quel libro lo ha letto tutto, dalla prima all’ultima pagina scritta. Il resto sono pagine bianche, ancora da riempire.

«Fin da piccolissimo, prima  ancora che iniziassi a parlare, i miei genitori mi mostravano le foto che mi ritraggono in Brasile. Mi hanno raccontato che la mia mamma biologica, non avendo la disponibilità economica per mantenermi, mi ha dato in affido ad un avvocato specializzato nelle adozioni internazionali e nella cui casa ho trascorso il primo anno di vita, in attesa che la pratica di adozione venisse completata. Avrei dovuto lasciare il Brasile a pochi mesi dalla mia nascita. Ma la mia partenza veniva slittata di volta in volta a causa di lungaggini burocratiche. Così ho festeggiato il primo compleanno in Brasile. Lo hanno organizzato i miei genitori, giunti fin là per portarmi a casa. Ovviamente ero così piccolo che non ricordo nulla. Ma, per fortuna, mio padre mi ha dato un altro paio d’occhi: ha filmato e fotografato la mia infanzia, conservando per me un patrimonio di ricordi che diversamente sarebbero andati persi».

Ricordi che nella mente di Gaspare non  hanno a che fare con la memoria, sono appesi a racconti e informazioni che i suoi genitori gli hanno fornito. Gaspare, da bambino, non faceva molte domande sulla sua adozione perché, ci spiega, ha avuto la fortuna di saperne già tanto. Ma non è sempre così. A volte capita che nei genitori adottivi prevalga la paura di essere giudicati o di essere spogliati della loro autorità genitoriale. Così, specie quando tra loro e i figli non ci sono evidenti discrepanze somatiche, scelgono di sottacere una verità che più viene nascosta, più si carica di un’emotività dirompente. Molti ragazzi apprendono solo da adulti di essere figli adottivi. Spesso lo scoprono quando richiedono l’atto di nascita in prospettiva delle nozze. E questa notizia suona come una scossa violenta nella loro vita: “sono cresciuto dentro ad una grande bugia?”, si chiedono. Nessuna scossa per Gaspare, ma solo una profonda e matura consapevolezza, frutto di legami familiari costruiti e coltivati quotidianamente con estrema attenzione e piena lealtà. Gaspare non ha vissuto un distacco – era troppo piccolo per percepirlo – , la sua identità non oscilla tra un prima e un dopo, non ha domande irrisolte sulle proprie origini. «Il Brasile è una piccola parte di me che gira nel mio sangue, ma  la mia origine, la mia prima casa, è Trapani. Io ho adottato la città e tutto ciò che  mi circonda. E i miei genitori? Li ho adottati in pieno! Sono la loro fotocopia!».

Quel fagottino rosso, ritratto in una fotografia, oggi è un uomo sicuro si sé, arricchito da un’esperienza talmente forte da  fornirgli una chiave di lettura peculiare, attraverso cui leggere il mondo con una prospettiva che si spinge oltre la superficie delle cose. In un certo senso, è come se l’adozione desse accesso alle vite degli altri. «Alcuni amici di famiglia, che hanno adottato dei bambini, mi hanno contattato affinché potessi aiutarli a comprendere certe dinamiche, complesse e delicate, che si innescano tra figli adottivi e genitori».

Gaspare ha avuto la fortuna di crescere in una famiglia che lo ha riempito d’amore e lo ha sempre lasciato libero di conoscere e seguire la sua strada anche quando, in età adulta, ha manifestato il desiderio di andare in Brasile. «Appena possibile farò questo viaggio. Non perché mi manchi qualcosa, ma perché ho la curiosità di vedere con i miei occhi la città dove sono nato, di scoprire cosa potrebbe scatenarsi in me tornando là. Sto cercando di ottenere delle informazioni per ritrovare la persona che mi ha messo al mondo. Mi piacerebbe conoscerla, sapere se le somiglio. Eppure, se dovessi incontrarla, non avrei aspettative o domande specifiche da porle. Non le chiederei il perché del suo gesto. So già la risposta. Piuttosto la ringrazierei perché credo che rinunciare al tesoro più prezioso della propria vita per assicurargli un futuro dignitoso sia un atto d’amore ancor più grande di mettere al mondo un figlio».

Gaspare ci racconta la sua storia con estrema serenità e con un’umile padronanza di sé. Tuttavia la sua fermezza sembra vacillare quando si tocca un nervo scoperto. «Quando ho compiuto diciotto anni i miei genitori mi hanno detto che in Brasile ho una sorella più grande di me. Non si evince dalla documentazione. Lo abbiamo saputo sottobanco, attraverso l’avvocato che ha curato la mia pratica». Una notizia che pone Gaspare davanti ad una sfilza di domande a cui, questa volta, non ha risposte. «Sa della mia esistenza? Se dovessi rintracciarla e raccontarle la mia storia, mi crederebbe? Cosa penserebbe di me? A quale titolo si può entrare nella vita di qualsiasi persona e dire “Ciao, sono tuo fratello”? Sarebbe uno shock. Su mia mamma non ho aspettative, ma con mia sorella è diverso. Bisogna stare attenti agli equilibri che si possono alterare piombando all’improvviso nella vita di un’altra persona». Qui entrano in gioco meccanismi più complicati, che non hanno più a che fare solo con la curiosità di scoprire la propria terra natia o col bisogno di manifestare gratitudine. Gaspare non sa ancora chi sia sua sorella, ma il fatto di sapere che dall’altro capo dell’oceano c’è una parte di sé che condivide con lui quest’enorme casa che chiamiamo “mondo”, che cammina, vive e respira con il suo stesso sangue, lo fa riflettere sul significato e sul valore che potrebbe avere per lui quel viaggio: cercare un riscontro percettivo di quanto ha letto nelle prime pagine del suo libro e, al tempo stesso, immergersi nello spazio vuoto rimasto in sospeso tra le righe, in quell’anfratto di vita da cui si dipanano, come fili sparsi, le impronte di un’altra esistenza che pulsa nella memoria genetica di Gaspare.

Samantha Tipa